L’elenco e l’aggettivazione – 5

4. Terzo testo

Lo zaino pesa, non so se dare la colpa al carico, alla mia forma fisica, al sentiero che inerpica tra questi boschi.
L’aria pura e limpida mi rinfranca e posso godermi lo spettacolo della natura. La montagna, di fronte al poggio su cui mi fermo a riposare, mostra mille sfumature di colori.
In ottobre le tonalità sono splendide: a volte calde a volte diacce, o confuse, mescolate, danno forma a una policromia.
Dalle cime ormai bianche di neve, il sole, con il riverbero, crea riflessi cangianti ed argentei che illuminano, con il loro candore, le praterie di sotto.
Qui i prati ormai lividi e pallidi, non più verdi, si alternano ai boschi, alla vegetazione ad alto fusto.
Lo sguardo va dagli abeti, dai pini lucidi ai larici perlacei: i tronchi intrecciati si stilizzano in strane sculture.
E poi più giù, con gli occhi non ancora appagati, scorgo betulle e faggi, che mescolano le proprie foglie in una sorta di gioco magico.
Le betulle, con il loro fusto latteo, niveo ed eburneo confondono le foglie con quelle dei faggi, in un susseguirsi di macchie gialle e d’oro, vermiglie e solferine.

ANALISI

Ultimo passaggio. Il pezzo soffre ancora per la presenza di moduli espressivi (indicati nel testo dal neretto) che appesantiscono per la loro sovrabbondanza.

Lo zaino pesa, non so se dare la colpa al carico, alla mia forma fisica, al sentiero che inerpica tra questi boschi.
L’aria pura e limpida mi rinfranca e posso godermi lo spettacolo della natura. La montagna, di fronte al poggio su cui mi fermo a riposare, mostra mille sfumature di colori.
In ottobre le tonalità sono splendide: a volte calde a volte diacce, o confuse, mescolate, danno forma a una policromia.
Dalle cime ormai bianche di neve, il sole crea, con il riverbero, riflessi cangianti ed argentei che illuminano, con il loro candore, le praterie di sotto.
Qui i prati ormai lividi e pallidi, non più verdi, si alternano ai boschi, alla vegetazione ad alto fusto.
Lo sguardo va dagli abeti, dai pini lucidi ai larici perlacei: i tronchi intrecciati si stilizzano in strane sculture.
E poi più giù, con gli occhi non ancora appagati, scorgo betulle e faggi, che mescolano le loro foglie in una sorta di gioco di magia.
Le betulle, con il loro fusto latteo, niveo ed eburneo confondono le foglie con quelle dei faggi, in un susseguirsi di macchie gialle e d’oro, vermiglie e solferine.

CORREZIONE

Si annulla la sovrabbondanza. Così “sono splendide: a volte calde a volte diacce, o confuse, o mescolate”, può semplificarsi in “calde, a volte diacce, a volte confuse”; si abolisce il “non più verde”; si sostituisce “latteo, niveo ed eburneo” con “che pare ora latteo ora eburneo”.

Approdiamo così al testo finale.

TESTO FINALE

Lo zaino pesa, non so se dare la colpa al carico, alla mia forma fisica, al sentiero che inerpica tra questi boschi.
L’aria pura e limpida mi rinfranca e posso godermi lo spettacolo della natura. La montagna, di fronte al poggio su cui mi fermo a riposare, mostra mille sfumature di colori.
In ottobre le tonalità a volte calde, a volte diacce, danno forma a una policromia.
Dalle cime ormai bianche di neve, il sole, con il riverbero, crea riflessi cangianti ed argentei che illuminano, con il loro candore, le praterie di sotto.
Qui i prati ormai lividi e pallidi si alternano ai boschi, alla vegetazione ad alto fusto.
Lo sguardo va dagli abeti, dai pini lucidi ai larici perlacei: i tronchi intrecciati si stilizzano in strane sculture.
E poi più giù, con gli occhi non ancora appagati, scorgo betulle e faggi, che mescolano le proprie foglie in una sorta di gioco di magia.
Le betulle, con il loro fusto che pare ora latteo ora eburneo confondono le foglie con i faggi, in un susseguirsi di macchie gialle e d’oro, vermiglie e solferine.

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