Organizzazione di un testo – 1

Bozza di un testo

L’esercizio che proponiamo ora è quello di organizzare un testo: di dargli una struttura, o meglio un’architettura, in modo che possa ottenere una soddisfacente autonomia espressiva. Avvertiamo subito che si tratta di un esercizio più lungo dei precedenti e che richiede più concentrazione nella lettura.

Così come è concepito, questo esercizio si potrebbe definire un esercizio di redazione di un testo. E di fatto lo è stato, perché dal bozzone iniziale si è lavorato per dare al testo anche la misura massima di un pezzo, pubblicabile su un giornale.

Ho usato qui, come materiale di partenza, una “Lettera di un professore a un Preside”, giunta effettivamente a un settimanale e indirizzata a una rubrica dedicata alla Scuola.

Si è studiata la lettera, nelle componenti espressive e formali e, cercando di mantenerne, oltre ovviamente il significato, le caratteristiche stilistiche salienti, le si è dato man mano ordine e misura.

L’esercizio è utile per chiunque preferisca partire da una scrittura istintiva, di getto, per poi, pian piano, dare, attraverso una procedura di autoanalisi, una forma al testo: una forma corretta nella propria sequenza, composta nella sua struttura.

LETTERA DI UN PROFESSORE A UN PRESIDE

Carissimo Preside (oh! mi scusi la confidenza), Caro Preside (ma… forse è meglio…) Signor Preside (o Signor Autorità, o Signor Genitore, o persona comune che pretende autorità), Le scrivo perché mi sento in dovere di aiutarla a rendersi conto delle mezze verità, che continua a sbattermi in faccia (mezze verità che come tali sono mezze falsità e fanno più male che bene, specialmente se sottintese e non discusse apertamente e onestamente).
Lei dice: “Deve esigere più rispetto dai ragazzi”.
Io chiedo: quale rispetto? quello delle distanze che dice: “Tu sei un ragazzo, non hai niente da insegnarmi. Io sono un adulto e so tutto”; o il rispetto della vicinanza che, se provoca più attrito, pericoli, fraintendimenti, produce anche più calore? (Ricordiamo a proposito la bellissima frase: “i ragazzi non sono dei vasi da riempire, ma dei cuori da riscaldare”).
Lei, caro Preside, col suo sorriso distaccato, superiore, compassionevole o di estrema comprensione (finché dura il momento) potrà al massimo scaldare una sedia.
Lei dice: “Deve farsi dare del lei”.
Giusto! Salvo poi farsi dare, dopo cinque minuti, oltre del lei anche dell’imbranato (e tante altre paroline che imparano già alle elementari o a scuola materna). Posso anche prendere dell’imbranato, ma per cose più importanti che un semplice “tu” o “lei”, di cui i ragazzi “se ne fregano altamente” (tanto per usare il loro linguaggio).
E se qualche ragazzo esagerasse con il “tu”, la confidenza?
Vorrà dire che andrò vicino a quel ragazzo e gli farò capire cosa comporta quel “tu-amico”. Gli dirò chiaramente: “Ti do anch’io del Lei, se non riusciamo a darci un ‘tu rispettoso’”. (L’ho fatto una volta e con buoni risultati).
Lei dice: “Non deve dare gesti di affetto” (prendere sottobraccio, buffetti e non di più). Allora io rinuncio ad educare dei ragazzi che non hanno ricevuto una carezza dai genitori da molto tempo (e oggi famiglie divise che pensano solo al lavoro o ad altro che i figli sono molte), che fanno fatica a stare più di un’ora con i loro genitori, senza dare o ricevere anche questa dimensione così importante quale è l’affetto.
L’affetto che provo dentro di me per loro è un dono che Dio mi ha dato, me lo tengo e lo esprimo cercando di renderlo sempre più gratuito e autentico (come gratuitamente l’ho ricevuto). E se Lei non è capace di esprimerlo, non sia invidioso (verso chi ha questo dono) semi-scandalizzandosi. Provi anche Lei, vedrà come si sciolgono i ragazzi se capiscono che è un affetto autentico, accompagnato da tanti altri gesti, accompagnato dal molto tempo dedicato a stare con loro, a vivere con loro.
In ogni caso ritengo importante vivere coi ragazzi tutte le dimensioni dell’amore: l’innamoramento (e io sono innamoratissimo dei ragazzi), l’affetto, l’amicizia, la carità (secondo una classica distinzione delle possibili dimensioni dell’amore).
Lei dice: “deve sapere imporsi”.
Imporre che cosa? la mia autorità o la mia autorevolezza? Quello che il ruolo mi dice di essere o quello che sono?
Già!
Chi sono? Sono senz’altro un maestro (anche se solo Uno è il Maestro). Uno che può insegnare ai ragazzi molte cose; tutte le cose belle della vita (tra l’altro ho insegnato che quando entra un maestro, ci si deve alzare in piedi per questo motivo; e… uno spazzino perché ci insegna a spazzare, un muratore per costruire una casa, ecc…. sono in quel momento “maestri” e io mi levo tanto di cappello, mi alzo in piedi di fronte a loro).
Proprio perché sento questo diritto-dovere di insegnare ho il diritto-dovere di impormi anche col “bastone” oltre che con la “carota”, affinché possano imparare cose che subito non capiscono e subiscono, ma che un giorno forse ameranno.
Per me il compito difficile per un educatore è proprio l’equilibrio tra la “carota” (da privilegiare) e il “bastone”; ambedue usati e misurati a partire dalla conoscenza del ragazzo e da molte altre attenzioni quali: il condividere, il rimprovero paterno e fraterno, il saper dir di “sì” e il “no” (altrettanto importante) al momento giusto e per cose giuste.
Lei dice: “deve dare meno confidenza”.
Ma è l’unico modo perché loro si confidino con te, si fidino di te, di quello che dici, che insegni. E non mi riferisco al solito “dare confidenze per riceverle” (come nei giochi da bambini o di chiacchiere come tra amiconi).
Oggi di chi possono fidarsi i ragazzi? Di uno che mostra i denti quando entra in classe? Una cosa è confidare nelle stupidaggini, una cosa è aprirsi, mettere il proprio cuore nelle mani dell’altro, perché capisco che l’altro mi accoglie così come sono e cerca di fare altrettanto (con-fiteor).
Dio si è confidato con noi, ha dimostrato affetto, ci dà del tu e noi possiamo dargli del tu, ha messo il suo cuore nelle nostre mani con tutti i pericoli che questo comportava, non si è imposto se non con il suo amore che lascia liberi di accoglierlo o rifiutarlo.
Caro, lascia che ti chiami, caro collega-amico. Sono stato frainteso molte volte sia dai ragazzi (che pensavano inizialmente di avere davanti uno di cui approfittarsene, un debole), sia dagli educatori (professori, genitori) perché non vedevano in me certi schemi (autorità-subordinato) e vedevano invece certi rischi: il farsi dare del tu, ecc. Certamente col mio comportamento, col mio stile si corrono molti rischi in più, ma sono rischi che vale la pena di correre guardando ai risultati. E se certi rischi non si corrono, è perché in fondo costano molto più fatica.
Costano molto più fatica: – a te prima di tutto perché ti obbligano a crescere nella tua Autorevolezza (nella tua persona, in quello che sei e non in quello che appari… e i ragazzi capiscono, intuiscono più di quello che credi), oltre che nella tua autorità; – ai ragazzi che, di fronte a tali persone fuori da certi schemi sono quasi obbligati, o come minimo interrogati, a scegliere, ad amare (o rifiutare del tutto) certi valori che tale persona (prima che professore) ti offre.
Ma sono sicuro che è la via giusta per educare. So che ci sono molti altri aspetti da sottolineare e in maniera più schematica. Ma io non ho voluto fare un trattato di pedagogia. Ho detto (in parte) quello che ho provato sulla mia pelle e mi è affiorato man mano che scrivevo (per questo non l’ho corretto quasi niente).

ANALISI

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