Parola orale e scritta – 2

3. L’ibrido della parola orale

La parola orale può assumersi impropriamente la qualità della parola scritta: può scambiare cioè la sua qualità di parola immediata e spesso improvvisata, con quella di una parola mediata e stabile.

Ciò può avvenire attraverso la recitazione: e non importa che la recitazione possa essere magari così raffinata da riuscire a simulare l’improvvisazione.

Ciò può avvenire per mezzo di strumenti retorici, che implicano, in chi parla, un’ottima padronanza della parola, oppure la memoria perfetta di un discorso in realtà scritto e appena variato da qualche controllabile improvvisazione.

In tutti e due i casi il discorso orale limita o addirittura perde la propria peculiarità: crea cioè barriere tra chi parla e chi ascolta e annulla così la sua necessaria integrazione con l’ambiente in cui risuona.

Acquista un potere, ma perde in gran parte la sua effettiva e libera comunicabilità.

Può accadere allora un fenomeno che è molto frequente nel discorso orale, e soprattutto in quel discorso orale pubblico per eccellenza che è il discorso radiofonico o televisivo: un fenomeno che definirei di superstizione della parola scritta, una superstizione nella parola orale che cerca una inopportuna nobilitazione, che in realtà non può e non riesce a ottenere.

È un fenomeno di cui si potrebbe dare un’ampia e a volte buffa casistica.

Mi limiterò a un esempio evidente, riportato da Giuseppe Pontiggia in una lezione tenuta all’Università di Torino, che trascrivo a memoria.

Anni fa Reinhold Messner salì sull’Everest senza la bombola ad ossigeno: compiendo una di quelle sue imprese eccezionali che sanno sfidare i limiti umani segnati dalla scienza.

Messner viene intervistato da un giornalista televisivo subito dopo l’impresa: viene intervistato da uno di quei giornalisti-avvoltoi che sono pronti, microfono in mano, a registrare, come si dice, “a caldo”, le sensazioni di atleti, subito dopo un record o una vittoria, presupponendo di scrivere la storia con le loro domande, a cui ricevono in cambio, generalmente, banalità assolute (come è giusto che sia), quando non semplici rantoli o sospiri.

Ebbene questo giornalista, chiede a Messner che cosa abbia “sentito esattamente”, una volta giunto in cima all’Everest.

Messner lo guarda con espressione infastidita e tace.

Questa è la sua prima risposta intelligente (ed eloquente) a una domanda sciocca.

L’altro, spazientito dal silenzio e dallo sguardo, replica la domanda. Messner allora, lentamente, risponde: “Ho sentito una enorme stanchezza”.

C’è un momento di panico e di delusione del giornalista e insieme la ricerca affannosa, per colmare un magnifico ed espressivo silenzio con un’altra domanda sciocca.

Vuole sapere ora l’intervistatore da Messner cosa “desiderasse esattamente in quel momento”. Di nuovo silenzio. Ancora un’occhiata sbalordita dell’intervistato.

Poi, con pacatezza (e forse con sarcasmo), viene fuori la seconda risposta: “Volevo tornarmene a casa”.

A una domanda balorda Messner ha dato una risposta memorabile: perché è naturale che un uomo il quale abbia appena superato i confini dell’umano, voglia rientrare immediatamente nei confini della normalità.

L’intervista a Messner è un modello di un maldestro tentativo di sovrapporre il discorso scritto a quello orale.

Il giornalista vorrebbe far scrivere una risposta memorabile all’intervistato.

Messner dice la sua semplice risposta, che proprio perché tale è esemplare: la dice con i gesti, con le pause, con lo sguardo, oltre che con essenziali ed elementari parole.

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