Parola orale e scritta – 5

Il discorso scritto, quando vuole essere comunicativo, deve presupporre la presenza e l’attenzione del lettore, senza però poterla verificare, come accade invece nel discorso orale: il discorso scritto deve immaginare questa attenzione prima che accada e quindi assumerla in sé.

Non basta. In un certo senso la parola scritta deve comprendere in sé i gesti, gli sguardi, le pause della parola orale: deve comunicare tutto ciò a chi legge e nello stesso tempo comprendere in sé le reazioni di chi legge.

“Si dà lettura quando una cosa pensata è al tempo stesso una cosa vista e udita”, perché viene scritta anche “con l’occhio e l’orecchio”, osserva ancora Krauss: “Ma la letteratura deve essere letta, se i suoi elementi devono legarsi. Resta in mano soltanto al lettore (o soltanto a chi è un lettore). Questi pensa, vede e ascolta, e accoglie l’esperienza in quella stessa trinità in cui l’artista ha dato l’opera. Bisogna leggere, non ascoltare, ciò che è scritto. L’ascoltatore non ha il tempo di riflettere sulla cosa pensata e neppure di andare a vedere la cosa vista. Perché intanto potrebbe perdere la cosa udita. Certo, il lettore ascolta anche meglio dell’ascoltatore. A quest’ultimo resta un suono. Fosse abbastanza forte da sollecitarlo come lettore, perché recuperi ciò che ha perduto come ascoltatore”.

Ma c’è di più.

Chi scrive deve preoccuparsi di dire non solo delle cose che ritenga importanti, ma anche di dirle in maniera che si reggano in piedi da sé, che sappiano poi vivere, in una forma costituita, da sole, indipendentemente da chi le ha scritte, comprendendo in sé lo spazio e il tempo di ciò che si vuol dire o rappresentare nel ritmo della scrittura.

Solamente le regole della scrittura (o meglio sarebbe dire la creazione e poi l’obbedienza alle regole della scrittura) garantiscono la sopravvivenza del testo.

Si può fare un esempio illustre, leggendo l’inizio del coro del Conte di Carmagnola di Manzoni:

S’ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.

Se si sta molto attenti nella lettura, si scoprirà che questa descrizione di una battaglia riesce ad avere una sua realtà figurativa soltanto grazie al ritmo cadenzato dei versi, nonché a un calcolo attento nella disposizione, nella sovrapposizione e nella contrapposizione delle parole.

In altri termini Manzoni centra il suo obiettivo figurativo, perché si dà delle regole precise, che poi riesce a rispettare.

Le regole più visibili, in questo caso sono appunto quella della cadenza ritmica, quella della contrapposizione degli elementi in movimento (“S’ode”/“risponde”, “da cavalli”/“da fanti”, “spunta”/“s’avanza”) e quella della ripetizione (e della variazione all’interno della ripetizione) degli elementi grammaticali (“a destra”/“a sinistra”, “quinci”/“quindi”, “ecco”/“ecco”, “già”/“già”).

Per capire ciò che si è realizzato, si potrebbe fare un esercizio di astratta scomposizione del testo, che non badasse al ritmo e alla cadenza, alla contrapposizione o alla sovrapposizione delle parole, ma tenesse conto soltanto del loro senso letterale e logico.

Ebbene ne verrebbe il risultato buffo (e inverosimile) di due eserciti che s’avanzano, l’uno contro l’altro armato, per determinare una totale (e reciproca) carneficina, la quale non lascia un solo uomo integro sul campo: se è vero, come è vero, che, quando “le spade respingon le spade”, e quando l’“un” soldato di una schiera “immerge” la spada “nel seno” dell’“altro” soldato (cioè dell’opposta schiera), non solo “gronda il sangue”, ma appunto “raddoppia il ferir”.

È un esercizio assai utile, questo, che ci permette di capire, subito e concretamente, quanto possa essere delicata l’operazione della scrittura, la quale deve affidare a ciò che resta fissato sulla pagina tutti gli elementi per essere compresa dal lettore, nel senso voluto dall’autore.

È un esercizio che ci permette di intendere soprattutto come la scrittura possa vivere sull’orlo del paradosso e del nonsenso, se lo scrittore non stabilisce delle buone regole a cui attenersi strettamente, per riuscire a trasmetterle poi al suo lettore.

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