Tre regole per la parola scritta – 1

1. Prima regola: la convenienza e la proprietà del lessico

La parola scritta si muove, lo abbiamo visto, in uno spazio artificiale, che è quello della pagina, di un insieme di pagine, di un libro: a seconda della misura espressiva, scelta dallo scrittore.

Ora ci intratterremo ad analizzare dei testi funzionanti. In questa sede di analisi di testi, già composti in modo eccellente, sarà possibile occuparci esclusivamente di singole frasi, di pagine uniche o al massimo di un ristretto gruppo di pagine.

Sono misure di scrittura del resto, queste, che hanno possibilità d’uso più ampie, non solo relative, voglio dire, alla scrittura più propriamente creativa (quella letteraria, per esempio), ma anche (anzi soprattutto) alla scrittura referenziale, che in questa guida più ci interessa.

La regola preliminare è quella già indicata: la parola scritta deve cioè diventare autonoma rispetto a chi la scrive. Deve significare, da sola, un pensiero, un racconto di fatti, una proposta di vendita, l’illustrazione di un prodotto eccetera.

Deve significare ed esprimere tutto ciò, badando solamente ai propri mezzi, senza sottintendere altre possibilità espressive a lei estranee.

Questa autonomia espressiva si affida agli elementi che costituiscono strutturalmente la pagina scritta:

  • a) l’architettura o la struttura, nonché il ritmo della pagina;
  • b) la grammatica del testo;
  • c) la proprietà e la convenienza del lessico.

Consideriamo, in questi esercizi di analisi del testo, per comodità esplicativa, gli elementi in senso inverso: fermiamoci dunque prima di tutto alla singola parola.

La scelta della parola giusta in un contesto può essere spesso determinante: è comunque sempre essenziale. La prima regola della scrittura perciò è quella della convenienza e della proprietà del lessico.

Una dimostrazione efficace di questa prima regola la si può dare agevolmente attraverso l’analisi degli scritti brevi, specie degli aforismi: cioè di quei detti o sentenze di poche parole, in cui il lessico assume una funzione determinante. Ne propongo qui quattro esempi.

I primi tre sono di Francois de La Rochefoucauld, moralista francese, vissuto tra il 1613 e il 1680.

Il quarto è di quel Karl Krauss, che abbiamo già citato, scrittore austriaco, vissuto fra il 1874 e il 1936.

1

Sono poche le donne oneste che non siano stanche del loro ruolo.

2

La clemenza, che si considera una virtù, si pratica a volte per vanità, a volte per pigrizia, spesso per timore, e quasi sempre per tutti questi tre motivi.

3

I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi.

4

L’uomo si immagina di colmare la donna. Ma è soltanto un riempitivo.

L’analisi va condotta cercando di individuare la parola o le parole che riescono a dare espressività e incisività alla frase, tenendo presente che in una scrittura breve, quasi fulminante, come quella di un aforisma, tutte le parole sono comunque essenziali.

Un mezzo per individuare tale parola è quello di proporre dei sostitutivi, e verificare se con questi sostitutivi la frase riesca, anche se non integralmente, a mantenere la propria forza e ancor prima il suo significato.

1. –

Prendiamo il primo esempio. In questo caso le parole (o gruppo di parole) determinanti appaiono tre: le evidenziamo sul testo con il neretto.

Sono poche le donne oneste che non siano stanche del loro ruolo.

In realtà ce n’è una che, più delle altre, agisce come chiave dell’intero meccanismo.

Stanche, sia pure con una modifica di forza, potrebbe essere sostituito da “affaticate”, “fiaccate”, “infiacchite”, “esauste”, eccetera.

Ruolo potrebbe essere sostituito, addirittura con efficacia, da “mestiere”.

Quello che non si può assolutamente cambiare è l’inizio dell’aforisma: “Sono poche”.

Proviamoci.

Tutte le donne oneste sono stanche del loro ruolo.

Sarebbe un pensiero stravolto e quindi una sostituzione inaccettabile.

Molte donne oneste sono stanche del loro ruolo.

Ci si troverebbe di fronte a una costatazione, non molto efficace, ma soprattutto senza sorpresa.

2.

Passiamo ora al secondo aforisma.

La clemenza, che si considera una virtù, si pratica a volte per vanità, a volte per pigrizia, spesso per timore, e quasi sempre per tutti questi tre motivi.

In questo caso non c’è un solo termine che faccia scattare il meccanismo della frase: qui davvero tutte le parole sono insostituibili. La forza espressiva sta nel crescendo che parte da “a volte” ed arriva a “quasi sempre”.

La clemenza, che si considera una virtù, si pratica a volte per vanità, a volte per pigrizia, spesso per timore, e quasi sempre per tutti questi tre motivi.

3.

Diverso ancora il caso del terzo aforisma.

I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi.

Qui l’efficacia sta nel gioco ripetitivo del “dare”, associato alla netta, secca, contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”.

I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi.

4.

Infine ecco il quarto aforisma:

L’uomo si immagina di colmare la donna. Ma è soltanto un riempitivo.

Qui l’efficacia dell’aforisma sta tutta nel gioco tra colmare e riempitivo, impeccabile quest’ultimo come scelta di immagine fisica, che riesce a dare, nello stesso tempo, il senso della carenza e del vuoto.

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