Tre regole per la parola scritta – 3

Nella pagina tutto appare giocato sulla deformazione lessicale, la quale avviene attraverso tre espedienti fondamentali, che segnaleremo nel testo con il neretto:

  • a) la deformazione grammaticale (mela, mele, mene) o l’errore ortografico ();
  • b) la deformazione fonetica (Tonrodrico per “Don Rodrigo”, antate per “andate”);
  • c) l’inserimento di voci dialettali (o familiari) evidenti (jett o sang ftent) o meno (si volevano bene dal matrimonio).

Per dire tutta la verità ma proprio tutta la verità, tutta la storia non mela ricordo, perche da quanto abiamo fatto la scenetta in classe sono passati molto tempo. Però una o due o tre cose mele ricordo. C’era una volta due promessi sposi che si volevano sposare, perche si volevano bene dal matrimonio. Ma c’era un altro, un cattivo, un maligno, uno scostumato, che si chiamava Tonrodrico. Lui, a Lucia, la voleva proprio dalle intenzioni! Voleva fare le cose della schifezza, non è che le voleva bene. Allora disse a due bravi: “Antate dal prete che non li deve sposare, e se non riuscite è meglio che non tornate, ma cercate di tornare”.

I bravi andavano, lo incontravano, il prete come li vedeva tutti sparapanzati, per poco non si faceva addosso. Si fotteva dalla paura. Sene vuole scappare, ma i bravi lo fermarono e gli dicevano non fare il furbo non sposare i promessi sposi, se no ti massacriamo. Il prete obbedì dalla paura, e quanto lo diceva a Renzo e Lucia, Renzo e Lucia si bisticciarono, gridavano forte, per poco non si pigliavano a calci. E si lasciarono. Uno, sene andò, un’altra sene andò dalla monaca di Monza. Poi Tonrodrico vedeva che Lucia era bella e sela voleva prendere. Poi faceva sempre il buffone.

Poi era venuta la Peste, e anche un di Colera. Morivano tutti, si inciampava in mezzo ai morti, e chi non era morto era quasi. Tonrodrico fece il giallo in faccia, puzzava dalla peste. Quando tornò a casa, mentre tornava, già puzzava, feteva, e tutti quanti si nascondevano dietro i banchetti. Ci dicevano iett o sang, ftent!

A Lucia uno l’aveva rapinata, ma no perché se la voleva baciare, perche celaveva detto Tonrodrico. Lucia tornò, Renzo non la trovava, domandava a tutti i bravi se vedevano Lucia, ma erano tutti morti, il fumo usciva dalle case. Poi incontra un prete, vivo, che celo dice. Dice: “Fai presto, seno muore Lucia e rimani tu solo, io fra sei o sette minuti muoro purio”.

E andò, e l’incontrava, e si sposavano, e cambiarono città. Se ne andarono in SPAGNA!

Se analizziamo con maggiore attenzione il testo, scopriremo che l’inventività e la forza vera del pezzo stanno in un’altra serie di meccanismi, oltre che, naturalmente, nella visibile punteggiatura avventurosa.

  • a) Nell’invenzione (o nella deformazione) di una sintassi (che evidenzieremo nel testo con caratteri in grassetto);
  • b) nel meccanismo della ripetizione (rosso);
  • c) nel meccanismo dell’accumulazione (corsivo).

Per dire tutta la verità ma proprio tutta la verità, tutta la storia non mela ricordo, perche da quanto abiamo fatto la scenetta in classe sono passati molto tempo. Però una o due o tre cose mele ricordo.

C’era una volta due promessi sposi che si volevano sposare, perche si volevano bene dal matrimonio. Ma c’era un altro, un cattivo, un maligno, uno scostumato, che si chiamava Tonrodrico. Lui, a Lucia, la voleva proprio dalle intenzioni! Voleva fare le cose della schifezza, non è che le voleva bene. Allora disse a due bravi: “Antate dal prete che non li deve sposare, e se non riuscite è meglio che non tornate, ma cercate di tornare”.

I bravi andavano, lo incontravano, il prete come li vedeva tutti sparapanzati, per poco non si faceva addosso. Si fotteva dalla paura. Sene vuole scappare, ma i bravi lo fermarono e gli dicevano non fare il furbo non sposare i promessi sposi, se no ti massacriamo.

Il prete obbedì dalla paura, e quanto lo diceva a Renzo e Lucia, Renzo e Lucia si bisticciarono, gridavano forte, per poco non si pigliavano a calci. E si lasciarono. Uno, sene andò, un’altra sene andò dalla monaca di Monza. Poi Tonrodrico vedeva che Lucia era bella e sela voleva prendere. Poi faceva sempre il buffone.

Poi era venuta la Peste, e anche un pò di Colera. Morivano tutti, si inciampava in mezzo ai morti, e chi non era morto era quasi.

Tonrodrico fece il giallo in faccia, puzzava dalla peste. Quando tornò a casa, mentre tornava, già puzzava, feteva, e tutti quanti si nascondevano dietro i banchetti. Ci dicevano iett o sang, ftent!

A Lucia uno l’aveva rapinata, ma no perché se la voleva baciare, perche celaveva detto Tonrodrico. Lucia tornò, Renzo non la trovava, domandava a tutti i bravi se vedevano Lucia, ma erano tutti morti, il fumo usciva dalle case. Poi incontra un prete, vivo, che celo dice. Dice: “Fai presto, seno muore Lucia e rimani tu solo, io fra sei o sette minuti muoro purio”.

E andò, e l’incontrava, e si sposavano, e cambiarono città. Sene andarono in SPAGNA!

Più che il lessico deformato, se si legge con attenzione, è appunto l’invenzione di questa originale grammatica del testo, basata su una sintassi stravolta, sulle ripetizioni e sulle accumulazioni, a rendere espressivo il pezzo di Marcello D’Orta.

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